“SCUSI IL BAGNO?” – La storia di un’impavida commessa e delle sue dimissioni.

La Cri - 3 marzo 2015

Da oggi non chiedetemelo più perchè da oggi sono ufficialmente un’ EX COMMESSA.

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post-it reale, scritto durante una dura e “pisciosa” giornata di lavoro

E se ci penso, mi sembra una vita fa quando iniziai questo lavoro.

Iniziò così: Mi ero appena laureata, ero scesa a Roma, senza casa e senza lavoro. Vivevo con Cro dai suoi, ed era  un periodo psicolgicamente provante. Come tutte le neolaureate da brava illusa, ingenua e pure un po’ choosy, cercavo convinta solo lavori inerenti al mio campo di studi: LINGUAGGI DEI MEDIA. Ma dopo mesi di mail senza risposta o colloqui di lavoro dove il concetto “lavoro” aveva assunto inspiegabilmente il valore di “passatempo gratuito MA FA CURRICULUM”, decisi che forse era ora di allargare il raggio di ricerca. Più che io erano i miei sempre più ridotti risparmi a chiedermelo. Io che ero una di quelle “Commessa? Mai e poi mai!” iniziai mandare curricula anche nei negozi, finchè un giorno questo grande store multimarca, mi chiamò.

Io che non sapevo piegare una maglia perchè tanto in camera c’è sempre stata la fidata sedia appoggia-tutto (SEMPRE SIA LODATA) venni presa e la prima cosa che mi chiese il capo-area fu proprio “Fammi vedere come pieghi una maglia“. (Doh!) Non sapevo se metterci le mie tre ore manco dovessi fare un cigno in origami  oppure puntare sulla velocità e pregare che venisse qualcosa di decente. Ho scelto la seconda…e sembrava che la maglietta fosse esplosa.  Mi guardò perplesso, sorrise, a  me venne da ridere e poi disse “Vabeh, avrai tempo per imparare”.

Ecco a cosa erano serviti 30esami: a non sapere nemmeno piegare una maglia in modo normale.

Ma passarono i mesi e le cose cambiarono:

 – le maglie  “effetto bomba atomica” diventarono maglie realmente piegate a velocità crescente.

–  il mio talento nel nascondermi dai clienti perchè non avrei saputo rispondere ad alcuna delle loro domande su mode e vestiario (ricordo ancora la prima domanda “DOVE TROVO GLI ZUCCOTTI?” rimasi impalata con lo sguardo di una che fa finta di pensare alla risposta ma in realtà si sta facendo una domanda – CHECCAZZ SONO GLI ZUCCOTTI?) svanì e fece posto a un sempre più audace SELF CONTROL, iniziai io ad avvicinarmi a chiedere se avevano bisogno, ad aiutarli e col passare del tempo mi venne addirittura un’adorabile SUPERCAZZOLA. Parlavo, suggerivo, INVENTAVO.

– Passai dal non sapere che taglia portavo io a capire che taglia portasse un uomo seduto coperto da un mantello. E te le dicevo tutte: taglie europee, francesi e americane. Già quegli obesi degli americani…la loro SMALL è una nostra EXTRALARGE.

Dopo un anno, per ristrutturazione, mandarono via tutti i commessi con contratto a tempo determinato, me compresa. Ma nessuno conosceva ancora la mia abilità di uscire da una porta e  rientrare dalla finestra.

Difatti dopo altri due mesi ritornai a lavorare lì, stavolta per un corner di occhiali da sole. E se all’inizio conoscevo a malapena qualche ray-ban, ora ti so dire codice, modello, colore e taglia di tutti i modelli a goccia che vedo indosso alla gente. Non più reparto jeans uomo, ma piano terra accessori. Non più dipendente diretta dello store, ma sempre in quell’edificio. Molte colleghe non c’erano più ma ne conobbi delle altre. Con molte di loro ci ho fatto amicizia, è inevitabile. Come un piccolo villaggio.

Ricordo

Fortuna del primo piano, che mi aiutò quando mi lasciarono sola a usare la cassa ma nessuno mi aveva spiegato come usarla. E con lei ho sistemato delle riserve che manco MARY POPPENZZZ. Arianna, che se non te fa ‘na battuta non è contenta e da lei ho imparato il mejo della romanità. Franco, il visual, milanese come te, che ti trasforma bottiglie in lampadine, carta igienica in gonne d’alta moda. Le ragazze della profumeria, un mondo tutto loro. Donatella, la capoarea del piano terra, che ha sempre avuto un debole per me. Cristina, del reparto borse, la musa che ha ispirato i miei OMINI-UOVO, con cui programmo fughe e viaggi ogni giorno, un’amica vera.  E poi le mie colleghe ufficiali, quelle che per più tempo hanno lavorato con  me nel “team degli occhiali da sole”, Cinzia, Daniela, Kristina e Yuliya: una milanese, una brasiliana e due russe. Sembra assurdo, ma io ero la più romana del gruppo.

E in questo ambiente, nel bene o nel male, ci sono rimasta altri 5 anni. Quello che ho iniziato come lavoretto divenne il lavoro della vita. Il contratto a tempo indeterminato lo firmai metà felice e metà triste, sapendo che era una traguardo importante ma che sarebbe stato un ostacolo al cambiamento.

E non è facile. Non è facile convivere con un lavoro che non senti tuo, ma che ti serve.  Che non non ti stimola e non ti appaga, ma ti rende indipendente. Dove non puoi crescere e forse nemmeno avresti la voglia di farlo se te lo chiedessero, ma che ti dà dei diritti acquisiti. Un Lavoro con orari sempre più difficili da “sopportare“, a cui ti ci “abitui“, ma che occupa 6 giorni su 7 della tua vita, domeniche comprese e che forse dopo 6 anni  la parola “sopportare” e “abituare” diventano troppo pesanti anche solo da pensare.

“Allora, intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero perché sennò anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire…”

Un lavoro che dopo l’arrivo di un figlio diventa totalmente alienante. O almeno lo è stato per me, senza nonni e senza particolari aiuti. E quindi ho provato, ho resistito, destreggiandomi con orari e pappe pronte da far trovare a CRO. Tornando a casa la sera, alle undici, di domenica, trovare Poldino che dormiva, doverlo svegliare per il latte. Stanca io, stanco lui.

E stavolta, per la prima volta nella mia vita mi sono buttata. Non ho lasciato nessun piede indietro. Ma attenzione, non l’ho fatto da incosciente. Ho scoperto che se mi fossi dimessa prima che Poldino compisse un anno, avrei comunque avuto un sussidio di disoccupazione. Qualcosa  a favore delle mamme che poche mamme sanno. E se non lo facevo ora, con questo incentivo, non l’avrei fatto più. Insomma non andrò sotto un ponte subito, ma dopo 10 mesi, quando finirà il sussidio. E ho 10 mesi per trovare altro, e se non lo trovo me lo invento.

E non mi importa più COSA farò. Non sono più choosy. Mi importa il COME.  Come influenzerà con la mia VITA, quella vera. Quella che non è lavoro. Quella fatta di sorrisi poldici, di sbavate di lingua, e di passeggiate nei parchi. Quella semplice, con meno lusso forse, ma che CAZZO ti rende felice. E se solo smettessimo di rincorrere quella malsana convinzione di vedere il LAVORO come SCOPO ma iniziassimo a percepirlo come MEZZO, forse saremmo meno stressati, forse i turni di produzione sarebbero meno alienanti, forse daremmo il meglio di noi al lavoro e dedicheremmo tutti più tempo a quella vita che è UNA ed è UNA SOLA, ed è ORA. E non è quella di fronte a una scrivania.

“Meglio leccare il pavimento o morire?” “Meglio leccare il pavimento” ma quello che è orrendo in questa cultura è che“leccare il pavimento” è diventata addirittura una aspirazione, capisci? 

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Detto questo, ricorderò con sorriso molte cose del posto dove lavoravo

– Fontana di Trevi  dove trascorrevo molte delle mie pause pranzo e mi univo ai giapponesi che le piangevano davanti. Loro per la bellezza della Fontana, io perchè stava finendo il break. L’ho vista in tutti i modi: affollata (quasi sempre), vuota (alle 7 del mattino) con solo una persona davanti e che per giunta le dava le spalle, l’ho vista con la neve e l’ho vista in ristrutturazione.
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– indicare il bagno sempre e comunque e in qualsiasi situazione. Anche se sono per terra a cercare la vite di un occhiale arriva lei/lui che lo deve sapè: DOV’è IL BAGNO? E tu senza girarti rispondi “FUORI SULLA SINISTRA, VICINO CALVIN KLEIN

– le battute coi colleghi sui clienti strani, quelli “da raccontare” e di sicuro, anche se non sono più commessa, ho cinque anni di arretrati da scrivere e ve li farò conoscere.

Clienti che chiedono “lenti che si abbronzano“, “pantaloni alla caprese” .

Clienti poco inclini all’educazione e dalle risposte poco contestualizzate :

-“Buonasera”

-“No grazie”

Clienti stranieri, che non parlano italiano anche se tu parli inglese

-” Can I help You?”

-“Sorry, i don’t speak Italian

E clienti Vip, perchè siamo in centro e siamo a Roma, che pretendono utopiche agevolazioni sui prezzi.

-“Prendo questo occhiale. Sono della camera dei Deputati”

-” Sono 254 euro. Sono di Rinascente

 – le pause pranzo in quella micro saletta che ha tutto, forno a microonde, frigo, freezer e macchinetta a 5 stelle. Peccato manchino le sedie. Non ce ne sono mai abbastanza e se vai a pranzo nell’ora di punta (che per noi commesse può essere anche alle 15) mangi in piedi. Ma Quante risate in quella pausa. E quante riunioni. E se prima o poi si scoprisse chi è che se frega i pranzi altrui fatemi un fischio.

– le facce complici e amare della domenica mattina. Soprattutto d’estate, quando Roma è deserta e sono tutti al mare e vedi solo sprovveduti con una bottiglietta in mano. Loro in infradito, tu col maglione sotto 5 bocchettoni di aria condizionata che non si può abbassare.

– i miei omini uovo appiccicati ovunque, sugli armadietti, sui bagni, e a volte, sulle casse, per far ridere.

Tutte cose che hanno fatto parte di me, per 6 anni e che sono state la scintilla che ha iniziato a farmi scrivere, disegnare omini-uovo, fare video stupidi e pieni di errori lessicali su come una commessa va al lavoro con la neve, (giuro, ora non sono più così,…sono peggio).

Troppe cose assurde e divertenti da non raccontare. Ed è così’ che è iniziata l’avventura. Una fantasia nascosta venuta fuori per necessità, per non sopperire all’amarezza.

NON SO COME ANDRà A FINIRE, NON SO SE HO FATTO BENE,  NON SO COSA TROVERÒ: MA SE NON CI PROVO ORA NON LO SAPRÒ MAI.

Promettendovi un post su tutte le tipologie di clienti vi dico: voi che andate nei negozi di domenica, sorridete a quelle commesse, anche se vi sembrano un po’ scocciate. Un vostro sorriso o un semplice GRAZIE migliorerà loro la giornata.

Evviva Poldino, Evviva gli zuccotti che poi sono cappelli e allora chiamiamoli cappelli, evviva i salti a piedi uniti, evviva le commesse impavide.

(questo post è dedicato a te, che nel momento del bisogno ci sei sempre stato e so sempre dove trovarti: FUORI SULLA SINISTRA, VICINO CALVIN KLEIN. Bagno, mi mancherai).

Citazioni: Silvano Agosti – Il Discorso dello Schiavo

25 comments

  1. Cri!!!se hai fatto bene lo scoprirai, ma quello che mi sento di dire per quel che ho letto è SÌ hai fatto benissimo! se un lavoro non ti appaga ma ti fa solo diventare matta per raggiungerlo e non ti dà grandi soddisfazioni ma ti fa perdere gran parte del tempo con tuo figlio allora ex commessa sia!
    Un grande in bocca al lupo, saprai sicuramente trovare la tua strada, che non hai nulla da imparare da nessuno 🙂

    1. Grazie Francesca! Non sai quanto mi fa piacere anche solo leggere commenti “di appoggio” di questo tipo. Sono abbastanza agitatella in questi giorni, ma non mi guardo indietro….e crepi il lupo! (Povero lupo…)

  2. Ma fai la scrittrice!!! Come te lo devo dire??? 🙂 Potresti anche raccontare le eroiche gesta del vecchietto che voleva salvarti uccidendo una lastra di ghiaccio. Tra le fiabe per bambini spopolerebbe! Adesso anche il video… vabbè, Kikolay ti ha cambiato la vita, dopodomani ci sarà anche la app “Ominouovo” 🙂
    In bocca al lupo!!!

    1. Il vecchietto che uccide la neve rimarrò negli ANNALI! Dovevano fare presidente lui! Guarda con che verve la rompe! Ahahah no ma quel video l’ho fatto 3 anni fa in preda a deliri di neve e su quesiti universali tipo”come faccio ad anadare al lavoro se tutti gli autobus sono fermi causa neve?”. Crepi il lupo!

  3. Sei fantastica Cri, mi hai anche citato Agosti. Ti faccio un grande in bocca al lupo, vedrai che saprai re-inventarti e andrà benone! un abbraccio!!

  4. Io e il mio compagno abbiamo fatto la tua stessa scelta un paio di anni fa. A lui sta andando bene, a me stanno tornando situazioni che non pensavo fossero più possibili… Ergo… Con tanti sacrifici possiamo dire che sta andando bene! Ti abbraccio e ti faccio un grosso in bocca al lupo

  5. Allora tanti tanti auguri!Hai fatto benissimo!!
    E poi complimenti perche’ i tuoi post mettono sempre il buon umore!!!

    1. Grazie Ellis e una menzione speciale la devo fare a te che sei la prima che mi ha detto di quel sussidio per le mamme dimissionarie! Se non me l’avessi detto tu starei ancora qui a capire cosa fare!

  6. Eh eh, da brava incosciente come sono ti dico che hai fatto benissimo!
    Anche io mi sono dimessa da un tempo indeterminato all’undicesimo mese del mio secondo nanetto. Ai colloqui mi guardavano tutti malissimo, ma io lo rifarei mille volte.
    Addestratrice, in bocca al lupo 😉

    1. Ahahahaha! Oramai ho capito che se farò mai l’addestratrice avrà di sicuro chi tiferà per me ahahah!
      Grazie!

    1. Hai ragionissima! Roma è una fonte inesauribile di idee e di problema solving…sarà grazie al TRAFFICO? 😀 grazie mille per tutto.

  7. Questo post, che leggo solo ora, avrei potuto scriverlo io (ma non così bene!), specie nella parte del mezzo e del fine etc etc. In che anno hai iniziato a lavorare lì? Io sono andata via da Roma a inizio 2010, non è che sono entrata nello store e ti ho incontrato senza saperlo?

    1. Ho iniziato nel 2009. Non è che per caso ti ho venduto degli occhiali da sole?? Eheheh. Grazie per il bel commento! Detto da te (sono una tua fan) ..ha un enorme valore!!

  8. ma che figata è sto post? bandiscimi per spontaneità ma proprio non potevo evitare. Io laureata in architettura, poi segretaria per anni, ho mollato come te, al primo figlio, prendendomi il sussidio di disoccupazione. Poi ho fatto altri 2 bimbi… e intanto scrivo. Vado a guardarmi altro di te 🙂 Fantastica!

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