LA PAROLA A POLDINA

La Cri - 13 ottobre 2016

PROVA, PROVA. SA SA, UNO DUE TRE PROVA.

MI SENTITE? OK PERFETTO

 

Dunque, è esattamente un anno che aspetto questo momento. Quello di poter dire la mia su questa roba qua che chiamate “vita” e con la quale ho a che fare da 365 giorni.

Ho tentato a più riprese di rubare il microfono ma niente, prima c’era la mamma bambina, poi quello che dovrebbe essere mio fratello, poi quell’altro fratello, quello senza le orecchie a punta e i denti aguzzi. Insomma c’era sempre qualcuno che doveva dire qualcosa di più importante.

Ora, se non vi dispiace parlo io.

Mi ricordo quel giorno lì, quello del Check-out. Era finito il pernottamento sedentario in quel posto così afoso e umido e sinceramente ne ero contenta. Era ora di viaggiare! Non vedevo l’ora di partire per questo tanto desiderato ERASMUS. Ho aspettato la colazione e mentre la padrona di casa si accingeva a prendere un caffè (“Dai, che vuoi che sia? Ormai manca poco, un caffè non fa male”), ho preparato le valigie, ho preso uno spillo e

TAC….ooops, mi s’à che t’ ho rotto le acque!

Avevo tutto: visto, passaporto, pure l’ESTA (Electronic System for Travel Authorization). Insomma, non sapevo mica in quale paese sarei nata. Ci ho messo relativamente poco alla fine: un’ora e mezza ed ero fuori, in questo posto chiamato MONDO.

Non vedevo una cippa lippa perchè mi avevano perso i bagagli e mi ero innervosita come una biscia. E quando mi innervosisco strillo. Quando strillo chiudo gli occhi. Però, oltre al vociare imprecisato di qualcheduno, sentivo in lontananza dei gabbiani e dell’acqua.

“DAJE! SEMO AR MARE! POSTO ESOTICO, PALME, COCCO, YEAH!”

 

Poi ho sentito dei clacson. Qualcosa non tornava. Ho provato ad aprire gli occhi e…Vedevo una donnina piccola, non tanto sconvolta a dire la verità, delle ragazze col camicie bianco e poi una finestra. Ho provato ad allungare il collo fallendo clamorosamente ma sono riuscita a vedere dei tetti rossi, un fiume, delle macchine e un tipo con un carretto che urlava  “Grattacheccaaa! Grattachecca!” Roma. Ero nata a Roma, sull’Isola Tiberina. Beh, dai, poteva andare decisamente peggio: poteva anche piovere! Invece c’era il sole. Un bel sole d’ottobre.

Subito dopo mi hanno presentato la mia guida turistica: era quella donnina non tanto sconvolta, che sembra un po’ bambina. Risponde al nome di “MAMMA”.

Dal giorno seguente ho conosciuto altri studenti del progetto ERASMUS: un tipetto non molto più alto di me, biondissimo e che usava un linguaggio davvero incomprensibile: sicuramente tedesco. Un altro, più alto, che reggeva in braccio il biondino e che aveva l’accento simile a quello della grattachecca: aborigeno, per forza.  E poi un altro ancora, davvero curioso: grosso, nero, orecchie e denti a punta, quattro gambe. Lingua lunga e bavosa. Forse abitante di qualche steppa siberiana. Un bel mix di culture insomma.

Mi sono ambientata quasi subito. Ci sono voluti SOLO sei mesi prima che iniziassi a prendere sonno senza svegliarmi 675346 volte per motivi imprecisati. Ora, se proprio va male, solo una novantina. Non sembra che questo disturbi gli altri studenti, ho solo notato un aumento delle dosi di caffè la mattina.

Il posto è bello mi piace. Città solare, allegra. A volte caotica ma anche molto gialla. Ho visto il Colosseo, il supermercato, Villa Ada, la farmacia, il Parco degli Acquedotti, lo studio della pediatra, Villa Torlonia, il bistrot sotto casa. I prossimi posti che andremo a vedere credo si chiamino “Cascata delle Marmore” e “Dal cinesino che vende tutto”. Sono proprio curiosa di vedere ‘sto cinesino.

Coi miei compagni di viaggio mi trovo bene e sto imparando molto da loro.

Da quello più alto ho imparato a volare fino a toccare il soffitto. Lui pensa che sia per merito suo, che mi prende e mi lancia. In realtà sono proprio io che ho imparato a volare, ma non glielo dico. Non vorrei ci rimanesse male.

Da quella bambina bassina ho imparato a mangiare da sola. Già perché se aspetto lei saremmo ancora qui come imbecilli a credere che il cucchiaio sia un areoplanino. Sta sceneggiata assurda. Qualcuno prima o poi dovrebbe dirle la verità.

Da quel tipo piccolo che ancora non ho capito se sia tedesco o no, ho imparato a far finta di niente quando si combina qualche guaio. Vedo che lui, quando la bambina lo riprende, si nasconde dietro la tenda o guarda sul soffitto con aria indifferente. Adesso che siamo in due a combinare i guai faccio la stessa cosa, mi nascondo dietro le mie mani. Poi vabeh, inizio a mangiarmele, ma solo perchè l’eccitazione mi mette fame.

Da quello grosso nero e appuntito invece, a proposito di fame, ho imparato a distruggere le cose coi denti. Libri di carta, palloni di spugna, foglie. Adoro le foglie! Sono gialle e sanno d’autunno! Poi però arriva sempre lei, la bimba, e mi leva via tutto perchè dice che queste cose non si mangiano. Seee, bella de casa, ma vuoi rubbà a casa dei ladri? Lo so che poi te le magni te ste cose.

E poi ci sono cose che imparo da sola, per conto mio, senza aver fatto lezioni private o allenamenti intensivi. Ho imparato a camminare. Già! Poca roba eh, cinque, sei passi. Ma l’ho fatto. Tutt’un tratto mi sono svegliata e ho detto: basta, ci vuole più equilibrio in questo ostello! Così mi sono staccata dalla sedia alla quale ero appoggiata e sono rimasta in piedi, ferma senza cadere. WOW! Ma non mi bastava, volevo andare oltre. Ho piegato il ginocchio, alzato il piede e SBAM, primo passo fatto. Il secondo è venuto automatico. Il terzo, il quarto e il quinto sono venuti per necessità perchè altrimenti me rompevo. E insomma, HO CAMMINATO. Due giorni prima del mio compleanno. Come autoregalo non è male direi. Sono autonoma anche in questo, mi faccio le sorprese da sola.

Beh insomma, che dire quindi? La vita? Per ora mi sembra un’esperienza davvero bella che consiglio vivamente a tutti. Davvero da provare almeno una volta. Poi per qualsiasi problema oh, si può sempre commentare su TripAdvisor.

 

Ora devo andare, ho fame, e ho finito tutte le foglie.

Un saluto a tutti, Poldina.

travelkids

 

Evviva Poldina, evviva la vita, esperienza da consigliare.

 

 

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