LA MIA ISOLA CHE NON C’È

La Cri - 17 febbraio 2017

isola che non c'è

Carnevale. Una festa per la quale ho sempre avuto sentimenti ambivalenti. Non ho mai ben capito quando inizia e quando finisce. Mi affido alla presenza dei coriandoli sui marciapiedi. Mi piace l’idea dei costumi, ma non tanto quella dei carri e delle “carnevalate”. Ricordo che da piccola mi sono travestita da orso, da Zorro, da cucciolo di Dalmata, da fatina, da Zorro, da orso. L’ho già detto Zorro? Poi crescendo mi vestivo da atleta che andava a fare le gare di nuoto il weekend. Perchè era la verità. A carnevale c’era sempre qualche gara di nuoto. E io preferivo di gran lunga l’acqua alle bombolette spray.

Da quando ho i Poldini il sentimento si è addolcito. Ci sono travestimenti che farebbero dire “AAAW”anche al più acuto dei cinici.  Mi piacerebbe essere una di quelle mamme che crea da sé il vestito al proprio figlio, ma no, io e la manualità non andiamo d’accordo, quindi credo che cercherò di farmi venire un’idea vagando. Molto probabilmente Poldino sarà un pirata e Poldina una specie di Trilly con la panza.

I miei bimbi sperduti travestiti, io la loro Isola che non C’è. Forse la maschera più adatta a me. Non Peter Pan, non Trilly, non Capitan Uncino, Non Spugna. Sarò proprio l’Isola. L’unica vera maschera che mi smaschera.

Perchè sì, da quando sono mamma mi è stata infilato all’improvviso un costume strano. Che a volte sento pesante, a volte sento stretto. Un costume che indosso spesso in mezzo agli altri. Che tolgo quando sono sola o con persone che mi conoscono bene. Quello della persona adulta.

Lo indosso quando vado a prendere i Poldini al nido, quando parlo con le loro maestre, quando vado dalla pediatra, quando vado in farmacia, quando faccio la spesa pensando a cosa fare a cena per loro. Lo indosso al parchetto quando non siamo soli, ma ci sono anche altri bimbi e genitori. Lo indosso quando parlo con loro di cose “da genitori” , quando qualcuno mi chiede in che scuola materna iscriverò Poldino l’anno prossimo, o che tipo di svezzamento ho fatto fare a Poldina. Lo indosso quando, sola coi miei figli, sorge un problema e serve un adulto per risolvere la situazione. E l’unico adulto in quel momento sembro essere io. Panico.

Lo tolgo quando scherzo con le maestre sui “pasticci” che ho combinato, quando chiedo loro aiuto o consigli, come fossi io una bambina e loro dei genitori. Quando con una di loro, la maestra di Poldino, la sera ci whatsappiamo link di concerti rock  o viaggi da “zaino in spalla” che sogniamo di vivere, Poldini compresi of course. Lo tolgo quando al supermercato o in farmacia mi chiamano “Cri”, si scherza, si scambiano battute e non si fanno discorsi seri. Lo tolgo quando al parchetto non sono una di quelle mamme sedute sulla panchina a riposarsi o chiacchierare. Sono una di quelle che gioca con i figli e che si sporca con loro.  Spesso perché me lo chiedono loro, ancora più spesso perché lo voglio io. Lo tolgo quando sono la prima a non voler rientrare a casa.

La prima che vorrebbe una vita piena di avventure, avventure e ancora avventure. Qualità/difetto (vedetevela come vi pare) che ho passato per osmosi a Poldino. Per farlo rientrare la sera devo ingegnarmi con opere di convincimento estreme che comprendano la parola “avventura” almeno in ogni frase. Lo tolgo quando mi metto sdraiata con Poldina a rotolare avanti e indietro, perché a lei piace così, e a me anche. Lo tolgo quando corro con Shaqui e cerco di fare a gara con lui a chi trova prima un bastone. Quando gioco con lui e con Pluto mentre dovrei andare a raccogliere i panni. Cinque minuti, Cinque minuti ancora dai.

Lo indosso quando compilo documenti. Quando dico che ho 30 anni e ho due figli. Lo tolgo quando mi guardo allo specchio, con la mia felpa i miei jeans, le scarpe da ginnastica e vedo una bambina di 10. Lo metto quando firmo. Lo tolgo quando disegno OminiUovo.

A tratti come Wendy, che si prende cura dei piccoli, con attenzione e responsabilità. A tratti come Peter Pan, amante di giochi, avventure e fantasia. A tratti come Spugna, goffa, sempre nel panico e che cerca in qualche modo di risolvere i problemi, a tratti come Capitan Uncino, con mille paranoie e che si stressa con gli orologi. A tratti come Trilly, piccola, volante e diciamocelo, pure un po’ beffarda. A tratti come una bimba sperduta, forse un po’ cresciuta, che vive seguendo un luccichio nella sua testa, quella seconda stella dopo la quale, sulla destra,c’è chi dice di averla vista: L’ISOLA CHE NON C’È.

seconda stella a destra

Evviva i Poldini, evviva il luccichio.


Questo post partecipa al tema del mese delle Stormomos : chi siamo e cosa a volte fingiamo di essere (#vialamaschera).

 

 

(photocredits: www.icoloridilaura.it)

 

 

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